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In Sicilia di morte si muore

Testo apparso su Almanacco dell’orrore popolare, a cura di F. Camilletti e F. Foni, Odoya, 2021.

Ci sono due donne sulla soglia del camposanto. Si pensano demoni, streghe, possedute, silfidi. Oppure satanasse dell’Etna, la bocca dell’inferno. Ma non lo sono. Ansimano. Sono esili, sconvolte, nude. Paiono dei cenci gettati via dalla marmaglia. E forse lo sono. Le mani e le labbra sono levigate dal terriccio umido, bagnato per l’una di pioggia, per l’altra di pianto. La prima è ferma, contratta nello spasmo dell’urlo, nel gelo del terrore, la seconda è immobile nel candore dell’abbandono, del rifiuto. Una è densa e rabbiosa, col corpo fremente di vita, l’altra è neve purissima, dai contorni così lievi che paiono scomporsi soavemente e tendere verso il cielo. Per una ci sarà un’altra vita, per l’altra non ci sarà nessuna vita, nessuna seconda occasione. Sono l’asfissiata e la rediviva. E Vincenzo Linares, il popolare scrittore di feuilleton alla siciliana, scomparso nel 1847, le conosceva benissimo. Più di tutti noi, più di chiunque altro.

Le regole della morte

Verosimilmente Lazzaro non avrebbe avuto grande fortuna in Sicilia. Da queste parti, non è tanto la morte a spaventare gli isolani, quanto i morti che, recalcitranti alla morte, fanno ritorno nella terra dei vivi. Scrive Jean Delumeau: «Mi è stato riferito che in Sicilia, vent’anni fa, una famiglia per lungo tempo recitò ogni sera il rosario per proteggersi dall’eventuale ritorno di un parente che forse era stato seppellito ancora vivo». E se lo storico francese fa riferimento a un fatto avvenuto con tutta probabilità intorno alla metà del XX secolo, cioè quando l’idea dei redivivi era ormai scivolata via dalla realtà quotidiana come un fantasma sbiadito, c’è da immaginare, invece, quanto fosse diffusa e consolidata nelle menti degli isolani questa predisposizione al terrore del ritorno nei secoli precedenti che poi, si vedrà, conteneva anche non risibili connotazioni legate a un certo modo d’intendere la vita e il rapporto tra uomini e donne. In altri termini, una volta che il corpo era stato benedetto con l’acqua santa e quindi seppellito, era di fatto considerato cadavere, morto, cancellato dalla faccia della Terra che per lui non avrebbe più avuto spazio. E non valeva la regola di George Romero, secondo la quale quando non ci sarebbe più stato posto all’inferno, i morti avrebbe camminato sulla terra. Perché i morti in Sicilia non possono permettersi di essere arroganti.

Il processo della morte, perché tale era considerato nell’antichità, aveva nella benedizione e nel trasporto verso il sepolcro una direzione che non prevedeva alcun ritorno. Un abitante in più per il camposanto, per i sottoterra, uno in meno per il mondo, per i sopraterra. Tanto per dare senso a questo concetto, Giuseppe Pitrè, palermitano e uno dei primi raccoglitori di tradizioni orali d’Italia, riprendendo un qualche detto popolare, spiegava appunto che «una volta che son dentro, non possono tornare in vita, ed è sì certo opera del demonio, quando ess[i] vivono un’altra lata». Il confine, in altri termini, è netto, oltre la morte c’è il viaggio nell’aldilà e i morti possono tornare – perché è vero che in Sicilia pure si fanno rivedere ogni tanto – soltanto sulla base delle opportune regole che ne svelano la presenza nei giorni a loro consacrati, cioè, ad esempio, il 2 novembre. Il fantastico, insomma, vuole le sue regole.

Il cadavere, una volta sepolto, s’ispessisce dei crismi dell’intoccabilità e non può chiaramente risorgere a sua discrezione perché metterebbe nei guai i vivi che poi sarebbero costretti a rimetterlo al posto suo con gli arnesi più consoni: al rinvenire tra i sopraterra sarebbe infatti «preso per uno spirito maligno» e ucciso a colpi di croce. Già, la croce. Come per i vampiri. Toccare i cadaveri era, in generale, considerata una specie di maledizione o sintomo di una grave malattia al punto che gli antichi medici siciliani dicevano che il lupupinaru, cioè colui che, con il novilunio, assiste impotente alla crescita delle unghie ed è costretto a lasciare  casa andando a rotolarsi nel fango, urlando come i lupi – parliamo di lupi mannari –, è considerato un personaggio fuori dalla legge di Dio e degli uomini perché di notte, lui e il branco, «passano a girare le sepolture, le disserrano, tolgon dei pezzi di cadaveri, ed al collo gli appendono». 

Cadaveri irregolari

L’asfissata e la rediviva sono sole, pure l’una nei confronti dell’altra, ma non sono le sole. Fuori dal camposanto ci sono centinaia di croci in malo arnese. Ciondolano pigre al sole che non ne abbrustolisce l’anima né la forza. Sono le croci smozzicate, quelle divelte dalla terra e usate come un randello per punire chi osa ritornare. Ad attorniarle ci sono i cadaveri, alcuni mezzi mangiati dal tempo, altri maciullati freschi, altri mai più seppelliti perché persi nel sonno della memoria, e poi degli altri scomparsi nella moria della documentazione, nelle pieghe delle carte.

Lì c’è quello crivellato di colpi che pare una groviera. È noto, lui non sparirà nel tritacarne del tempo. Si chiama Tommaso Gargano, detto Masi Ciddu, che imperversò con la sua banda nell’acese e fu fucilato in pubblica piazza con i suoi tre compagni nel 1848. Si narra che, prima dell’esecuzione, quando il prete gli si avvicinò per sentirne le colpe e rendergli l’assoluzione in vista dell’incontro col padre dei cieli, le sue labbra si fecero fortezza inespugnabile, e poi, scostandosi appena, lasciarono intravedere una piccola fessura da cui pendeva, tipo condannato dalla forca, un abbondante scaracchio. E Masi Ciddu, che quindi mai si pentì, per anni sarebbe stato il cadavere della giustizia perché il suo corpo non venne mai più ritrovato nella fossa comune in cui era stato malamente gettato. Nessuno, però, ebbe il coraggio di rincorrerlo a colpi di croce. Perché nei malvagi impera il concetto che il rispetto delle regole valga soltanto per coloro che possono subirle e non ribellarsi.

Più avanti, invece, c’è un cadavere con la testa così sconquassata che pare esplosa. È Natalizia Floriano Di Lorenzo. Siamo intorno alla metà del XIX secolo, quando lei, figlia di una delle più ricche famiglie di Modica, venne portata per morta in chiesa. Nella notte la ragazza riuscì a destarsi dal sonno – e qui è possibile solo immaginare lo stupore e il terrore di lei, sola e spaventata, disperata, svegliarsi negli abiti della morte, nella quiete gelida di una chiesa di notte –, poi girovagò a lungo nella speranza di trovare un senso alla sua situazione. Tutto questo finché il suo cranio, con lo sguardo incastrato nel vuoto di chi sta cercando di ricostruire un mondo, non incontrò la durezza e la violenza dell’asta della croce del sagrestano che la mattina, all’apertura della chiesa, non aveva più trovato la ragazza in posizione orizzontale. Ma non c’è tempo per indugiare oltre sul destino di questa ragazza dalla testa scassata. Non c’è mai tempo a sufficienza, nemmeno per i morti.

Da qualche parte, ancora per poco, prima che la terra se ne riassorba anche gli ultimi rimasugli, deve esserci ancora quel boscaiolo, lo straniero, che fu trovato morto lungo una strada di campagna. Non aspettarono, in quel caso, di ottemperare a tutti gli obblighi funebri, i cosiddetti momenti del lutto, quelli che consentono faticosamente all’anima di staccarsi dal corpo e di andare per le cose celesti. No, non c’era tempo né carità cristiana. C’era solo uno straniero e tutti avevano fretta. Il curato e il becchino lo misero in chiesa, l’indomani avrebbero provveduto a una sepoltura vagamente decente. Solo che poi successe che il giorno dopo, al momento della sepoltura, quando tutti arrivarono in chiesa con una grande fretta per risolvere ogni cosa, perché uno straniero non porta denari, il presunto cadavere non si era più trovato. E poi «cadde gragnuola a disertare i campi, un terribile morbo mieté gran parte del bestiame, e si moriva di freddo e di fame, finché un giorno si trovò sotto un dirupo, che l’avevano ucciso a colpi di croce». Ed è curioso che proprio sul caso dello straniero la letteratura, almeno il suo braccio squisitamente popolare che solletica gli occhi e le passioni dei più temerari, incontri la vita. Il caso, infatti, è riportato da Pitrè che in realtà ne trasse testimonianza – che storia dal gusto paradossale – da un racconto di Vincenzo Linares. Poteva Pitrè, il più importante e celebre custode del folclore siciliano, fidarsi di uno scrittore al punto da citarlo come fonte? Ed è qui, in questo delicato passaggio, che le storie si intrecciano, che la letteratura ambisce a diventare vita e viceversa. Perché il caso dello straniero è solo un paragrafo, una citazione, di una storia più grande. È la storia della rediviva. 

La rediviva

Piana degli Albanesi, provincia di Palermo. Paese garibaldino e indomito territorio di battaglie di giustizia sociale, è tragicamente noto per i fatti di Portella della Ginestra, quando il bandito Salvatore Giuliano, nel giorno della festa dei lavoratori, sparò sui contadini che celebravano la festa del lavoro. Correva il 1947, ma la nostra storia risale a molto prima. A più di un secolo prima. Piana degli Albanesi, appunto, non è siciliana. Fondata intorno al XV secolo da profughi albanesi, che scappavano dall’invasione musulmana della penisola balcanica, è anche il paese di origine di Lena, la rediviva. E voi, ci dice Linares nella sua prefazione, «piangerete forse nel vedere una cara e sventurata giovinetta reduce dal sepolcro, in una notte d’inverno, vagare tremante per le strade, disperdersi nelle campagne, perseguitata, cacciata dovunque, cader vittima di un fatale pregiudizio». Di fatto la storia, a voler andare di corsa, sta tutta qui, e non c’è verso di rischiare lo svelamento della sorpresa finale. È tutto quello che ci si aspetta. Il marito violento, il sagrestano duro di comprendonio, il curato che prova a scacciare il pregiudizio – perché sia chiaro che la religione cattolica non è pregiudizio –, il becchino ignavo, la fanciulla disperata, il popolino sullo sfondo. Tuttavia questa storia va scorticata per trovarci la vera polpa perché Linares ci lascia molto altro. 

Demetrio, o Demetrione come lo chiamavano in Paese per le fattezze gargantuesche, era il marito ed era pure ricco e zotico. Col viso irrimediabilmente macchiato dal vaiolo, la testa ancor più dai pregiudizi e dalle credenze che annegava nel vino, la mascella prominente e la fronte minuscola e sporgente, il collo taurino, aveva le dimensioni e l’atteggiamento di un violento. Sul petto teneva un vero e proprio reliquiario – Linares gli mette al collo immagini, amuleti, addirittura pezzetti di ossa di frati miracolosi – per difendersi dai fantasmi della sua mente che erano tanti e pericolosi per sé e per gli altri. Elena, o per meglio dire Lena, era nata da famiglia greco-albanese, educata ai modi greci e alla lingua di Omero, orfana e senza parenti, e venne scelta da Demetrione. Costui era, oltre tutto quello che si è appena detto, ovviamente un essere estremamente geloso. E piagava la moglie con tutte le torture possibili: minacce, richieste umilianti, e tutto il campionario che un uomo violento e brutale avrebbe potuto esercitare in quegli anni nei confronti di una donna totalmente indifesa, che inoltre era pure senza amici o parenti. Eppure, tutto questo non era ancora abbastanza. Demetrione era uno di quei siciliani con la testa ingarbugliata nei misteri del soprannaturale e allora quando cominciò a vedere la bella moglie sfiorire e gonfiarsi allo stesso tempo, perdendo la bellezza di un tempo, ben lungi dal pensare a una propria responsabilità, alle sue angherie, si affidò a scongiuri ed esorcismi, consultò taumaturghi, fino a quando arrivò a preparare «una gran caldaia di carboni accesi, e gittatovi non so quali misture che dovevano a suo credere attenuare il male, che l’opprimeva più dell’usato: faceva grandi segni di croce, girando attorno il letto, e aspergendolo d’acqua benedetta». La povera, soffocata da quei fumi, chiese aiuto senza esito. Il giorno dopo venne trovata priva d’ogni senso di vita, gonfia e deformata, con Demetrione che affrettava le operazioni per portarla fuori di casa e quindi in chiesa. Lena fu così portata al sepolcro senza troppe cerimonie. Evidentemente, però, si trattava soltanto, come scrivono quasi all’unisono Pitrè e Linares, di una sincope scambiata per morte, roba diffusa nei tempi antichi. 

I casi di morte apparente hanno animato per tanti anni un vivo dibattito e hanno prodotto tantissima letteratura in tutta Europa: i cadaveri incorrotti che risorgono possono essere santi – per le persone considerate virtuose in vita e che quindi vincono la morte – oppure maledetti se scomunicati in vita oppure se privi di qualche particolare favore popolare, perché, in quel caso, è il patto col diavolo a farli risorgere. Verso il Settecento, il terrore di essere seppelliti vivi – la narrativa in merito avrebbe poi mostrato cose mirabili, tra tutti La sepoltura prematura di E. A. Poe – impose una regolarizzazione delle sepolture, anche dei tempi di chiusura della bara. Ancora alla fine dell’Ottocento la materia non si esaurisce, al punto che in questo periodo storico il noto conte de Karnice-Karnicki ideò un macchinario per salvare il presunto cadavere dal soffocamento dentro la bara. 

In Sicilia, tuttavia, ogni cosa s’ammanta di un’ombra nerissima e fitta che pare nascondere le cose e le inumidisce in una specie di materiale rancido e oscuro. E quindi niente macchine. Il racconto di Linares, infatti, si apre col racconto di Basilio, il sagrestano, che annuncia la fuga della morta dal sepolcro e dalla chiesa. Lena, nei fatti, era soltanto rimasta asfissiata, si era poi svegliata nel cuore della notte ed era scappata nella disperazione della sua condizione. Inseguita dal popolino, che avrebbe voluto ucciderla a colpi di croce, difesa inutilmente dal curato del paese che aveva tentato di calmare la folla, tutta maschia e maschile, che temeva di non poter più tenere al sicuro le proprie donne e le proprie figlie, Lena viene rifiutata dal marito come un’ombra maledetta, trovando poi  riparo dalla sua vecchia balia. Ma sarebbe tornata. A distanza di tempo, dopo mesi di convalescenza, accompagnata dal curato, riappare a Demetrione, nella Grotta del Monte San Pellegrino, nei dintorni del santuario di Santa Rosalia. Il martirio, del resto, è la conclusione di questa storia. Demetrione viene trovato il giorno dopo come uno spettro. Ma lui era vivo. Lena, invece, giaceva morta, «larga ferita le tagliava la fronte, un’altra il bianco seno; una croce era a’ suoi fianchi imbrattata di sangue». Una croce, già. L’unica consolazione – per noi che non siamo superstiziosi eppure crediamo nella forza del soprannaturale – è forse sapere che Basilio nell’ultima riga penzolerà dalla forca e che, qualche paragrafo prima, Demetrione verrà trovato ai piedi di una rupe da cui si era lanciato. A condurli verso gli ultimi passi – e chissà se con questo finale veloce e un po’ rarefatto Linares non voglia proprio suggerirlo –, ci piace pensare che siano state le mani di una bianca signora, spaesata e candida. E tutta imbrattata di sangue.   

L’asfissiata

Lena lotta contro il pregiudizio. Lena muore. Anche Gianna, la bella figlia dell’oste, si risveglia dalla morte. E Gianna lotta pure, allo stesso modo. Avvolta nel bianco lenzuolo e con la corona in testa che pare uscita da Picnic ad Hanging Rock. Ma lei non sparisce nelle misteriose porte del tempo, lei torna. Dopo esser data per morta, si aggira per la chiesa nella speranza di una via di fuga. La trova. Bianca e smorta come la luna, lo dice Linares, si muove per la città. Cerca riparo nel suo fidanzato da viva – Lorenzo, grasso, corto, brutto, un usuraio marcio –, che è una specie di Demetrione indolente, meno violento ma non per questo meno colpevole. Trova accoglienza, invece, nell’amore di Roberto. È una storia che sembra fare da contraltare al truce epilogo di Lena, una sepolta prematuramente che stavolta sopravvive. Il racconto si chiama L’asfissiata,e Linares ci consegna un amore che salva, suggerendo, tra le righe, la salvezza nella fortezza dell’uomo, nella sua accoglienza. E in quegli anni per una donna non c’era molto altro in cui poter sperare. 

Conclusione

Sull’orlo del camposanto l’asfissiata non saluta. Si allontana dalla rediviva come se non fossero mai state l’una accanto all’altra, come se non avessero condiviso lo stesso destino, gli stessi patimenti e lo stesso stordimento del risveglio, l’abito bianco dello sposalizio con la morte, il terrore. Riprende il suo posto nel mondo, la sua è una storia semplice. Un uomo l’ha salvata e tutti vivranno felici e contenti. La rediviva si piega sulle ginocchia, si lascia cadere. È andata come volevano tutti, il suo corpo da una parte, la sua anima dall’altra. Le avevano spiegato in paese, una volta, che solo le streghe possono compiere il viaggio estatico dai vivi ai morti, lasciando il proprio corpo «stecchito come un cadavere» nel regno degli umani. E lei strega non lo era.

Non servono interpretazioni, spiegazioni, versioni allegoriche. Queste sono storie vere e c’è poco da aggiungere. Gianna, Lena, lo straniero, Natalizia, tanti altri, davanti all’ingresso del camposanto e pure dentro le sacre mura della città che dorme per sempre, non si sono riconosciuti, non si sono parlati. Un esercito di disgraziati e disperati senza nome sulla via della decomposizione, perché in Sicilia di morte si muore solo se sei nessuno. 

Nota

La citazione di J. Delumeau è tratta da Il peccato e la paura. In relazione al processo della morte nell’antichità, si è preso come riferimento Caforio Ordine e disordine nelle società folkloriche. Tutte le citazioni di Giuseppe Pitrè relative alle streghe e ai redivivi sono tratte da Esseri soprannaturali e meravigliosi. Le citazioni relative ai lupupinaru sono tratte da Medicina popolare siciliana. Per la panoramica sulla concezione europea delle sepolture premature si è utilizzato soprattutto Dogheria, Santi e vampiri. Si vedano tuttavia anche Sepolti vivi! e la La morte e la paura di De Ceglia. La prefazione e i racconti La rediviva e L’asfissiata di Linares si trovano in Racconti popolari. 

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