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Crisante

San Pietroburgo, lunedì 4 novembre 1793

Caro Lorenzo,

ho ricevuto la tua lettera solo ieri e oggi già ti scrivo. Sappi che l’ospitalità del duca, mio cugino, è stupenda, anche se, come potrai immaginare, mi manca la mia Francia.

A Milano le cose come vanno? Spero che mai il fuoco della rivoluzione raggiunga la tua patria perché, tra le sue fiamme di sedicente giustizia, bruceranno molte cose buone che abbiamo amato. Credimi, perché parlo con voce di chi ha visto e sentito cosa può fare la follia dell’uomo, quando non abbia più freno nel timore di Dio e nella devozione al proprio legittimo sovrano. Che il Signore li perdoni per quello che stanno facendo, se almeno Lui può!

Tu hai ragione quando dici che la mia testa deve girare come se non dovesse mai fermarsi. A volte la tengo tra le mani tremanti, ma essa non cessa di ruotare per il vorticare dei miei pensieri. Ma non è l’essere stato cacciato da casa, chiamato traditore e costretto a rifugiarmi dai parenti di mia madre che me la fa girare. No, è qualche cos’altro; qualcosa della quale finora non ho avuto il coraggio di parlare con anima viva. Voglio confessarla a te, però.

Forse due cose mi sono di sollievo: sapere che mi sto confidando con uno dei miei amici più cari, e farlo per iscritto. Infatti, ho scoperto a mie spese che molte cose che temiamo di dire ad alta voce, sono ammansite dalla scrittura. Pare, infatti, che la mia condanna sia stata emessa perché, una notte, mi sono lasciato andare a qualche bicchiere di rosso di troppo e ho finito per pronunciare diverse parole sconsiderate contro la rivoluzione. Non me le rammentavo neppure. Immaginati quanto il mondo mi sia cascato addosso, quando Bernard mi ha detto che un tenente della guardia nazionale, con una squadra al seguito, era venuto per me con un mandato di arresto.

Fin da quando ero piccolo – te ne avrò parlato almeno un milione di volte – le mie mani non hanno mai saputo star ferme. Questa fu la disperazione di mia madre – buonanima! – che diceva non confarsi a un nobile del mio rango il dilettarsi nelle belle arti del disegno, della pittura e della scultura. Ma che ci vuoi fare? Dio distribuisce i suoi talenti secondo un piano imperscrutabile agli uomini. Non l’ho mai ascoltata, nemmeno quando mio padre ha minacciato di diseredarmi.

Per fortuna, ho trovato presto un fedele alleato in padre Guillaume. Era egli un membro della Compagnia di Gesù che aveva molto viaggiato, ed era stato diverse volte in Italia. Era un fine conoscitore dei maestri antichi e moderni, e mi insegnò tutto quel che sapeva. L’altra fortuna fu che mio padre non aveva altri eredi, e non poté mai dare seguito alle sue minacce.

Grazie a padre Guillaume, ho potuto disegnare e dipingere per tutta la mia vita ma, se dovessi chiedermi quale arte io consideri la più sublime, essa è sicuramente la scultura. Io vedo nella scultura un omaggio a Dio, il Creatore supremo. Ogni volta che le mie mani incidono la dura pietra, lo fanno con una preghiera all’Altissimo perché Egli le guidi e riesca a dare vita nelle forme a quello che io immagino.

Credi a me, Lorenzo, se ti dico che non è una favoletta degli antichi quella di Pigmalione e Galatea. Un artista mette sempre una parte della sua anima nella sua opera: è impossibile che non se ne innamori. Alle volte, alle figure che scolpiamo manca solo quel soffio vitale che solo il Signore può dare loro. Ma sarebbe peccato mortale di idolatria quello di chiederGli di farlo, ragion per cui io non l’ho mai fatto. Lo giuro.

Però in gioventù ero rimasto affascinato dalla storia di Liriope, un’antusa, una ninfa dei fiori, che fu violentata dal dio-fiume Cefiso e gli diede per figlio Narciso. Mentre leggevo della sua vicenda nel terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio, una grande emozione mi prese e le mie guance si rigarono di lacrime.

Fu allora che decisi di omaggiarla e, siccome in quel periodo i giardini della villa erano rigogliosi di crisantemi gialli, mi informai per far venire della Tunisia certo marmo pregiato dello stesso colore. In tutta onestà, lo pagai un occhio della testa ma, non appena arrivò, tutto il mio pentimento per la spesa svanì.

Durante le settimane di attesa, avevo avuto modo di fare i disegni preparatori per cui, non appena vidi il blocco della materia divina, lo feci portare in mezzo ai crisantemi del giardino del palazzo e lì cominciai a lavorarlo. La sua pietra era come velluto sotto le mani e, ogni volta che la battevo, mi sembrava quasi di farle violenza. Per questo iniziai a usare lo scalpello come per elargirle carezze.

Avevo deciso che si sarebbe chiamata Crisante, che in greco antico significa «fiore dorato», ed ella era davvero un bocciolo d’oro, e per capelli aveva crisantemi che parevano veri, per via del colore della pietra. Il panneggio delle sue vesti appariva morbido e spumoso come burro, e il suo petto era attraversato da un’incantevole ghirlanda di fiori. Alle sue spalle c’era un cratere, anch’esso colmo di fiori, e simbolo di abbondanza e di bellezza.

Quand’ebbi finito di scolpirla, piansi ancora e le detti un bacio sulla bocca, tanto ch’era bella. Non uno di quei baci aggressivi, da frequentatore di lupanari, ma uno di quelli leggeri, dolci, fruttiferi, come la brezza del mattino. La stagione dei fiori che le davano il nome stava ormai per passare, ma la loro bellezza non sarebbe svanita, poiché Crisante l’avrebbe per sempre recata come una corona.

Poi venne quella notte fatale! Bernard si precipitò a svegliarmi nel cuore della notte, dicendomi: «C’è un tenente della guardia nazionale alla porta, mio signore. Ha un mandato d’arresto per voi. Dovete fuggire!»

Mi vestii in tutta fretta e non ebbi il tempo di prendere nulla con me, perché già udivo che avevano fatto irruzione nel palazzo. C’era tutta la servitù in subbuglio e, quando incrociai le guardie nel corridoio che porta alla biblioteca, esse mi intimarono di fermarmi urlando e, quando diedi mostra di non volerlo fare, imbracciarono i fucili.

Trovai rifugio nel giardino. Era notte fonda e la luna era nuova, un mese fa, per cui era buio pesto. Mi rifugiai nei cespugli di fiori. Sentivo gli stivali dei soldati della guardia nazionale ferire la ghiaia del giardino all’inglese. Avevo una grande paura, poiché ero disarmato e perché non avevo mai ferito né ucciso un uomo in vita mia. Per converso, mi faceva sconcerto l’idea che qualcun altro potesse violare la sacralità del quinto comandamento e versare il mio, di sangue.

Proprio in quel momento scorsi a malapena una figura solitaria aggirarsi per il vialetto con la sciabola sguainata. Grazie alle fioche luci provenienti dalla villa, riconobbi le mostrine da tenente. Mi feci il segno della croce e rivolsi una breve preghiera silenziosa, poi colsi l’attimo e fuggii alle sue spalle per raggiungere le stalle. Ma quell’attimo mi fu fatale: un ramo di rose spinose trafisse la mia giubba e funse da arpione; mi fece sbilanciare e caddi con un fragoroso capitombolo.

L’ufficiale si voltò immediatamente. Mi puntò la sciabola con ferocia e ringhiò: «Cane! Volevi sfuggire alla cattura; ora morirai!» Te lo giuro: queste furono le parole che mi disse. Io già mi vedevo spacciato e alzai le mani per proteggermi, benché invano, dalla sferza dell’angelo della morte. Ma quel colpo non arrivò mai.

Quando aprii gli occhi, incredulo, la vidi dietro di lui. Lei, figura angelica, mia protettrice, mia salvatrice. Crisante! So che non mi crederai; penserai che sono diventato pazzo, ma te lo giuro: la statua si era animata e aveva afferrato con una mano la sciabola, impedendo al carnefice di uccidermi. Con l’altra mano, pesante, gli colpì il volto di lato, vicino alla base della nuca. Lui cadde per terra con un tonfo, senza rialzarsi.

Io guardavo la statua vivente incredulo. Era silenziosa e bellissima come mai l’avevo immaginata. Si chinò su di me e io già sentivo l’odore dei suoi crisantemi. Mi restituì il bacio che le avevo dato quando, artefice voluttuoso, avevo riposto lo scalpello. Poi mi aiutò a rialzarmi e mi indicò le stalle, con fare iussivo ma premuroso.

Con l’anima leggera e senza alcun dubbio, fuggii in quella direzione, presi un cavallo e lasciai la città col favore delle tenebre. Solo grazie all’aiuto degli amici, riuscii poi a imbarcarmi per San Pietroburgo spacciandomi per popolano.

Ora sono qui, caro Lorenzo mio, sono qui tra i parenti, gli sfarzi e le ricchezze. Ci sono molte donne che mi desiderano, ma io bramo la Francia. Bramo la Francia e di farvi ritorno, ma non per punire i miei nemici, non per fedeltà al re e alla corona, non per l’amore per la mia villa, per la mia famiglia. No, io bramo di tornare per amore di Crisante.

Chiamami folle, se vuoi, ma ho lasciato in quel giardino un pezzo della mia anima, e non avrò pace fino a che non potrò porre ancora una volta la mia mano carezzevole sul marmo giallo, sulla dolce, soave pelle di Crisante.

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